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simonebernabe  venerdì, 3 settembre 2010 08:30:07 AM

Indubbiamente il Bhutan è un piccolo stato (47.000 kmq. e 650.000 abitanti) ma il suo sistema economico è degno di attenzione e può evidenziare una serie di questioni di natura economica e sociale di notevole interesse per il mondo intero. Almeno così sostiene Jeffrey D. Sachs, economista e docente universitario presso l’Università della Columbia, nonchè consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del millennio, in un articolo pubblicato nella versione on line de “Il Sole 24 ore”.
Jeffrey Sachs così descrive l’economia del Bhutan:
“La geografia selvaggia del Bhutan ha favorito la crescita di un’impavida popolazione di agricoltori e pastori e ha contribuito a promuovere una forte cultura buddista, strettamente legata alla storia del Tibet. La popolazione è scarsa – circa 700.000 abitanti su un territorio grande quanto la Francia – con comunità agricole nascoste in valli profonde e un manipolo di pastori disseminato in alta montagna. Ogni valle è protetta da un dzong (fortezza), al cui interno si trovano monasteri e templi, che risalgono a secoli fa e che rappresentano magistralmente la commistione tra architettura sofisticata e belle arti.
L’economia del Bhutan, basata sull’agricoltura e sulla vita monastica, era autosufficiente, povera e isolata fino a pochi decenni fa, quando una serie di straordinari monarchi iniziò a guidare il paese verso la modernizzazione tecnologica (strade, energia, sistema sanitario moderno e istruzione), gli scambi commerciali (in particolare con la vicina India) e la democrazia politica. È incredibile la sollecitudine con cui il Bhutan sta affrontando questo processo di cambiamento, e come tutto questo sia guidato dal pensiero buddista.
Il Bhutan si sta ponendo la domanda che dovrebbero farsi tutti: come può una modernizzazione economica fondersi con la solidità culturale e il benessere sociale?
In Bhutan, la sfida economica non è la crescita del prodotto interno lordo, ma quella della felicità interna lorda (Fil). Sono andato in Bhutan per comprendere meglio come funziona questo indice. Non c’è una formula, ma, come si confà alla serietà della sfida e alla profonda tradizione bhutanese di meditazione buddista, c’è un processo, attivo e importante, di discussione nazionale. Questo dovrebbe essere d’ispirazione per tutti noi.
Parte del Fil bhutanese ruota, naturalmente, intorno alla soddisfazione dei bisogni primari – migliore assistenza sanitaria, ridotta mortalità materna e infantile, maggiori risultati scolastici e migliori infrastrutture, soprattutto elettricità, acqua e strutture igieniche. Questa attenzione rivolta al miglioramento concreto dei bisogni primari ha senso per un paese con un livello di reddito relativamente basso come il Bhutan.
Tuttavia il Fil va ben oltre una crescita di ampia portata, focalizzata sui poveri. Il Bhutan si sta chiedendo anche come potere combinare crescita economica e sostenibilità ambientale – una questione a cui in parte ha risposto il grande impegno profuso a protezione della vasta area boschiva del paese e della sua straordinaria biodiversità. Si sta chiedendo come poter preservare la tradizionale uguaglianza e promuovere lo straordinario retaggio culturale. E si sta chiedendo come il singolo possa mantenere la propria stabilità psicologica in un’era di rapidi cambiamenti, segnata dall’urbanizzazione e dall’accanimento della comunicazione globale in una società in cui fino a dieci anni fa non c’era la televisione…
Ma sono sempre di più i paesi per cui la riflessione di Thinley (n.a., il primo ministro del Bhutan) sulle fonti basilari del benessere diventa non solo necessaria, ma urgente.
Tutti sanno che l’iperconsumismo in stile americano può destabilizzare le relazioni sociali e portare aggressività, solitudine, avidità ed esaurimento da iperlavoro. Quello che forse non abbiamo compreso è che negli ultimi decenni quelle tendenze hanno subito un’accelerata proprio negli Stati Uniti. Questo potrebbe essere il risultato, tra gli altri motivi, di un incremento e di un accanimento ora incontenibile della pubblicità e delle pubbliche relazioni. La questione su come guidare un’economia per produrre felicità sostenibile – insieme a benessere materiale e salute dei singoli, conservazione dell’ambiente ed elasticità psicologica e culturale – dovrebbe essere affrontata in ogni paese.
Il Bhutan sta facendo molti passi in questa direzione. Sarà in grado di aumentare le esportazioni verso l’India di energia idroelettrica pulita, che deriva dai fiumi, così guadagnando scambi con l’estero in modo sostenibile e in maniera tale da riempire le tasche dello stato per finanziare istruzione, sanità e infrastrutture. Il paese è altresì intenzionato a garantire che i benefici della crescita tocchino tutta la popolazione, a prescindere dalla regione o dal livello di reddito.
Esistono però gravi rischi. Il cambiamento climatico globale minaccia l’ecologia e l’economia del Bhutan. I consigli incauti e dispendiosi da parte di McKinsey e di altre aziende private di consulenza potrebbero contribuire a trasformare il Bhutan in una zona turistica degradata. C’è da sperare che la ricerca del Fil aiuti a sviare il paese da queste tentazioni.
Per il Buthan la chiave è considerare il Fil come una ricerca duratura, piuttosto che come una semplice checklist.
La tradizione buddista del Bhutan considera la felicità non come un attaccamento a beni e servizi, ma come il risultato di un serio lavoro di riflessione interiore e di compassione verso gli altri.
Il Bhutan ha seriamente intrapreso tale viaggio. Le altre economie del mondo dovrebbero fare lo stesso.”
Indubbiamente le considerazioni di Sachs sono piuttosto interessanti. E’ certo comunque che quanto si sta facendo o quanto si farà in un paese piccolo come il Bhutan è molto più difficile da realizzare in un paese come gli Stati Uniti. Quindi non può essere preso come un modello da seguire pedissequamente. Nè da quanto avviene nel Bhutan si può trarre la conseguenza che indicatori come il Pil sono da buttare via e da non prendere più in considerazione. Resta valido però un principio fondamentale: non è sufficiente per i paesi sviluppati preoccuparsi esclusivamente della crescita del Pil, dei consumi, occorre perseguire anche il benessere non economico della popolazione, anche perchè, a lungo andare, se tale obiettivo sarà trascurato, potranno determinarsi conseguenze negative anche di natura economica. Certo non è facile muoversi in questa ottica in un periodo in cui la crisi finanziaria internazionale è ancora molto grave e produce danni sullo stesso benessere non economico delle persone. Ma questa ottica non può essere abbandonata e dovrà essere rilanciata soprattutto quando, si spera, la crisi finanziaria internazionale verrà superata.
Fonte:
http://www.gliitaliani.it/2010/08/leconomia-buddista-del-bhutan/
simonebernabe  giovedì, 2 settembre 2010 08:30:57 AM

Gli strumenti finanziari alla base dei processi di riforestazione e riduzione delle emissioni di CO2 dovrebbero sempre incentivare interventi virtuosi. Ma troppo spesso prestano il fianco a truffe colossali.
Volo Milano-Barcellona: 1,21 tonnellate di emissioni di CO2 prodotte. Oggi esiste un modo per mitigare inquinanti azioni: si chiama offsetting, ovvero uno strumento finanziario fatto per ridurre le emissioni di gas serra dove i soldi raccolti compenseranno l’emissione prodotta tramite finanziamento di progetti per produrre energia pulita o per limitare le emissioni. Sul sito dove state comprando il vostro biglietto però avete un’ulteriore opzione. Pianta un albero. Per compensare il danno all’atmosfera della vostra azione potete contribuire ad un progetto di riforestazione o di preservazione di una foresta che una compagnia privata si premurerà di piantare o di tutelare da qualche parte nel mondo.
La CO2 catturata dalle piante vi assolverà da ogni peccato. Ma come nel medioevo l’introduzione del principio della perdonanza tramite oblazione questo spingeva ad eccedere nei propri peccati, anche l’offsetting non è sempre una soluzione veramente sostenibile, in quanto giustifica lo status quo piuttosto che spingere ad una decrescita sostenibile. E spesso chi assolveva era esso stesso un peccatore. La storia nel mondo dell’offsetting non è in fondo diversa. Spesso i processi di riforestazione hanno suscitato tanti dubbi dando luogo spesso a processi virtuosi e a truffe colossali. Foreste mai piantate, distruzione di boschi naturali sostituiti da piantagioni, meccanismi imperfetti. Sono una parte minoritaria di un meccanismo virtuoso? Indubbio, ma una mela marcia che può danneggiare l’intera cassa. Ma come è strutturato il sistema dell’offset e del carbon sink (riserve naturali che catturano la CO2)?
Capo Almir Narayamoga della tribù dei Surui, in Amazzonia, lo scorso dicembre, grazie ad un parere legale della firma Baker & McKenzie, è diventato proprietario di una fetta rilevante di certificati di emissione per scambiare crediti di emissioni di CO2. «Per noi il carbon offset è uno strumento importante per riconoscere i diritti delle popolazioni indigene a gestire il carbone delle proprie foreste». Improvvisamente la sua foresta primordiale ha acquisito un valore che può mantenere, preservandola nella sua integrità. Un progetto di successo per battere la deforestazione che in paesi come Brasile, Indonesia e Africa centrale è responsabile di una quota importante di emissioni di gas serra. In pratica il CO2 che le sue piante catturano viene dato ad imprese che sforano i tetti di emissione o sono interessate a compensate le emissioni di gas serra.
Quello di Almir è un esempio di successo di un meccanismo speciale dove se una foresta viene tutelata da chi vigila realmente su di essa, si può generare un guadagno economico, tutelare la foreste primordiali e permettere a compagnie inquinanti di compensare le emissioni di CO2. Questo sistema è nato sotto gli auspici dell’Onu e si chiama Redd scheme (Reducing emissions from deforestation and forest degradation), e si occupa esclusivamente di foreste tropicali. Redd crea dei crediti che posso essere usati per compensare emissioni e tutelare i polmoni verdi del nostro pianeta mentre allo stesso tempo le nazioni in via di sviluppo possono vendere i certificati emissioni per raccogliere finanziamenti per proteggere le foreste o sviluppare progetti di energie rinnovabili.
Ne esiste una versione Redd+ (plus) un fondo da 4 miliardi di dollari che implementa il semplice Redd inserendo principi conservazione, gestione sostenibile delle foreste, incremento dell’assorbimento del carbonio. L’idea sulla carta è fantastica, ma i miliardi in gioco (oltre 30 quelli del mercato privato e continuano a crescere) sono davvero tanti. Il rischio che venga giocata una partita poco pulita è alto. Molte compagnie e governi lo sanno bene: la finanza del clima è un terreno oscuro, come lo è stato quello dei derivati, dove i predatori possono fare ottimi guadagni.
Ad oggi, non essendo ancora stato approvato nessun nuovo accordo all’interno dei negoziati per il clima che costituisca un framework legale, esistono numerose aree grigie. Con il Redd, un albero tropicale vale circa un dollaro sul mercato internazionale delle emissioni, al netto del costo del CO2 (10 $ per tonnellata di CO2) scambiata sulle piazze internazionali. Ma chi prende il dollaro? Principalmente compagnie americane e europee. A Guaraqueçaba, Brasile, ad esempio sono arrivate numerose compagnie Usa. Hanno comprato con l’aiuto di alcuni “ambientalisti” pezzi di foresta sottraendoli alle popolazioni locali per pochi spiccioli.
Queste foreste hanno ricevuto crediti che poi potranno essere rivenduti sul mercato con ricavi milionari. Questo albero, per valere il suo dollaro, deve essere sottratto a coltivazioni illegali (specie soja) e ai tagliatori di boschi di frodo. Scagnozzi di gruppi criminali a volte o agenti di multinazionali senza scrupoli, ma spesso semplici contadini o indigeni che basano la loro esistenza su quegli alberi. «Dopo aver venduto gli indigeni scoprono che non possono più usufruire del legno della foresta in nessun modo», spiega Susanne Breitkopf, esperta di foreste e carbon finance di Greenpeace durante un’intervista rilasciata a Washington a Terra, «nonostante sia fondamentale per le loro capanne e per il fuoco e anche per alimentarsi».
Sono tranchant le associazioni di supporto alle tribù indigene. «Il Carbon trading e il carbon offsets attraverso le foreste degli indigeni sono crimini contro l’umanità e il Creato», afferma Tom Goldtooth, Executive Director del Indigenous Environmental Network. Chi s’introduce nelle foreste protette può essere arrestato da speciali unità di “green police”, forestali che pattugliano queste foreste manu militari e che impediscono qualsiasi accesso. E spesso aprono persino il fuoco. Come è successo al ventiquattrenne Henrique Souza Pereira, ucciso il 16 marzo 2010 dalla polizia privata della società Fibria. La “squadraccia” dichiarato che Henrique stava rubando del legno. D’altro parere il padre rimasto ferito durante l’azione della polizia.
«Siamo rinchiusi in aree piccolissime e non abbiamo risorse, stavamo solo raccogliendo solo qualche ramo». Storie simili anche dall’altra parte del globo. Secondo World News Australia una compagnia coinvolta in un progetto di Redd ha rapito Abilie Wape, il capo di una tribù di nativi in Papua New Guinea. Secondo Wape, sarebbe stato minacciato di morte dalle forze di sicurezza private se la sua tribù non avesse concesso i diritti sul carbone della foresta dove risiedono. In altri casi, denunciano associazioni come il Fern (Forests and the European Union Resource Network) e Greenpeace, le compagnie comprano pezzi di foresta, tagliano e ripiantano piantagioni come la palma da olio o alberi da legno come il teck. Come è successo in Indonesia dove lo scorso 23 febbraio è emerso che il ministro per le foreste Zulkifli Hasan starebbe lavorando per accordi a porte chiuse per includere la palma da olio («non è nemmeno un albero», precisa Breitkopf) nella definizione di foresta in modo da includerla nei Redd.
FONTE
http://www.terranews.it/news/2010/08/i-predatori-delle-foreste-un-affare-da-30-miliardi
simonebernabe  mercoledì, 1 settembre 2010 08:37:47 AM

Gianfranco Bologna
ROMA. Il mondo sta attraversando un periodo di grave crisi economica e finanziaria ma il deficit ecologico che abbiamo accumulato è molto più grave di qualunque crisi economica, sia di quelle che hanno avuto luogo nel passato, di quella attuale e di quelle che potremo attraversare in futuro. Non è più possibile continuare a chiedere “prestiti” alla natura per soddisfare i nostri consumi, perché ormai le capacità rigenerative rispetto a quanto noi utilizziamo e le capacità assimilative rispetto a quello che noi immettiamo nei sistemi naturali sono messe a dura prova.
I sistemi naturali, come abbiamo documentato da sempre in questa rubrica, sono ormai sottoposti ad altissimi livelli di vulnerabilità a causa della nostra crescente pressione. Secondo le elaborazione dei dati del Global Footprint Network (il noto gruppo internazionale di ricerca sulla sostenibilità fondato da Mathis Wackernagel che ha sede a Oakland in California) per calcolare la nostra impronta ecologica sulla natura, quest’anno ci abbiamo messo meno di nove mesi per esaurire il nostro budget di risorse.
Il 21 agosto scorso, infatti, il Global Footprint Network ha rilasciato un comunicato nel quale si faceva presente che in quel giorno ha avuto luogo il cosidetto Overshoot Day (il giorno del “sorpasso”).
Ogni anno, il Global Footprint Network calcola l’impronta ecologica dell’umanità (ovvero le nostre necessità di utilizzare risorse dalle aree agricole, dai pascoli, dalle foreste, dalle aree di pesca e lo spazio utilizzato per le infrastrutture e per assorbire il biossido di carbonio, la CO2), e la confronta con la biocapacità globale (ovvero la capacità dei sistemi naturali sopra citati di produrre risorse e assorbire rifiuti).
L’Earth Overshoot Day è un concetto ideato dalla fondazione inglese New Economics Foundation, (vedasi www.neweconomics.org): il dato 2010 è calcolato in base ai dati del 2007 (l’anno più recente in cui sono disponibili i dati nelle statistiche internazionali), alle proiezioni basate su tassi storici di crescita della popolazione e dei consumi e all’andamento storico tra il PIL mondiale e la domanda di risorse.
Ogni anno il Global Footprint Network calcola la biocapacità globale – ovvero l’ammontare di risorse naturali che la natura è capace di generare ogni anno – e la compara con l’Impronta Ecologica, ovvero la quantità di risorse e di servizi che richiede l’umanità.
Questo calcolo ci dimostra che in 233 giorni, noi chiediamo alla biosfera l’intera capacità del 2010 calcolata secondo le indicazioni di calcolo del metodo dell’impronta ecologica. Il 233esimo giorno è il 21 Agosto.
Come sappiamo, per la maggior parte della storia dell’uomo, l’umanità ha vissuto con gli “interessi” del capitale natura non intaccandone il capitale – consumando quindi risorse e producendo CO2 ad un livello tale che i sistemi naturali del pianeta erano in grado di rigenerare e assorbire ogni anno. Da circa tre decenni a questa parte, abbiamo superato la soglia critica, e il tasso della domanda umana di servizi ecologici ha oltrepassato il tasso con il quale la natura può provvedere a rigenerarli. Questa differenza tra domanda e offerta – nota come sorpasso o superamento (Overshoot) – è, da allora, cresciuta costantemente ogni anno.
Quindi, secondo questi dati, dalla fine di agosto sino alla fine dell’anno, soddisferemo la nostra domanda ecologica dando fondo alle risorse (il capitale) e accumulando gas ad effetto serra nell’atmosfera. L’anno scorso, l’Earth Overshoot Day è caduto il 25 settembre 2009. Quest’anno è stimato con un anticipo di più di un mese. Questo non è dovuto ad un improvviso cambio nella domanda umana, ma piuttosto ad un miglioramento della metodologia di calcolo che permette al GFN di valutare con più precisione l’estensione dell’Overshoot. (Per esempio, i dati più aggiornati mostrano che il pianeta ha una biocapacità inferiore rispetto a quanto si stimava precedentemente, soprattutto nel settore dei terreni da pascolo).
Il fondatore e presidente del Global Footprint Network, Mathis Wackernagel, che insieme all’ecologo William Rees è stato il creatore del metodo dell’impronta ecologica, ci ricorda che questa situazione è paragonabile a quella di una persona che spende il suo intero stipendio annuale in nove mesi. La situazione dell’ipotetica persona non è meno allarmante del nostro budget ecologico. Il cambiamento climatico, la modificazione dei cicli biogeochimici, la perdita di biodiversità, la deforestazione, la desertificazione, la carenza e, in molti casi, l’assenza di cibo e acqua – sono tutti chiari segnali del fatto che non possiamo più a lungo finanziare i nostri consumi con il credito. Wackernagel ci ricorda che la natura sta per “toglierci la fiducia” ( maggiori informazioni sull’Overshoot Day potete trovarli sul sito del Global Footprint Networkhttp://www.footprintnetwork.org/earthovershootday).
Il 13 ottobre prossimo il WWF renderà noto il nuovo “Living Planet Report 2010″, il rapporto biennale che aggiorna i dati sulle impronte ecologiche dei paesi del mondo, delle impronte idriche e di tante altre informazioni sullo stato di salute dei nostri sistemi naturali, illustrando anche le proposte concrete da attuare, necessarie per voltare pagina e cambiare rotta verso la sostenibilità dei nostri processi di sviluppo socio-economici.
I contenuti di questi interessantissimi rapporti aggiornano e documentano la situazione delle relazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali, fornendo ormai anche le soluzioni concrete per affrontare e risolvere i problemi. Oggi disponiamo di teoria e prassi capaci realmente di farci cambiare strada. Non è un caso che le Nazioni Unite e tanti personaggi importanti nel mondo, compreso leader politici, si stanno adoperando per avviare un vero e proprio New Green Global Deal.
L’indicazione di proposte operative e concrete sono presenti in tanti rapporti pubblicati negli ultimi anni. Desidero qui ricordare alcune importanti riflessioni presentate dagli autori del famosissimo primo rapporto al Club di Roma, “Limits to Growth” (i limiti della crescita, pubblicato nel 1972) , Dennis e la compianta Donella Meadows e Jorgen Randers, nel loro ultimo aggiornamento del rapporto stesso, pubblicato in italiano nel 2006, con il titolo “I nuovi limiti dello sviluppo” da Mondadori.
In questo volume gli autori dei Limiti scrivono:”Il risultato è che oggi siamo più pessimisti sul futuro globale di quanto non fossimo nel 1972. E’ amaro osservare che l’umanità ha sperperato questi ultimi trent’anni in futili dibattiti e risposte volenterose ma fiacche alla sfida ecologica globale. Non possiamo bloccarci per altri trent’anni. Dobbiamo cambiare molte cose se non vogliamo che nel XXI secolo il superamento dei limiti oggi in atto sfoci nel collasso”.
Essi ricordano alcuni punti fondamentali che hanno sinora impedito il progresso verso una strada di minore insostenibilità del nostro modello di sviluppo socio-economico:
1. La crescita dell’economia fisica è considerata desiderabile; essa è al centro dei nostri sistemi politici, psicologici e culturali. Quando la popolazione e l’economia crescono, tendono a farlo in modo esponenziale.
2. Vi sono limiti fisici alle sorgenti di materiali e di energia che danno sostegno alla popolazione ed all’economia e vi sono limiti ai serbatoi che assorbono i prodotti di scarto delle attività umane.
3. La popolazione e l’economia in crescita ricevono, sui limiti fisici, segnali che sono distorti, disturbati, ritardati, confusi o non riconosciuti. Le risposte a tali segnali sono ritardate.
4. I limiti del sistema non sono solo finiti, ma anche suscettibili di erosione quando vengano sollecitati o sfruttati all’eccesso. Vi sono inoltre forti elementi di non linearità – soglie superate le quali i danni si aggravano rapidamente e possono anche diventare irreversibili.
L’elenco delle cause del superamento (l’Overshoot) e del collasso è anche un elenco dei modi che consentono di evitarli. Per indirizzare il sistema verso la sostenibilità e la governabilità, basterà rovesciare le medesime caratteristiche strutturali:
1. La crescita della popolazione e del capitale deve essere rallentata, e infine arrestata, da decisioni umane prese alla luce delle difficoltà future, e non da retroazione derivante da limiti esterni già superati.
2. I flussi di energia e di materiali devono essere ridotti aumentando l’efficienza del capitale. In atri termini, occorre ridurre l’impronta ecologica e ciò può avvenire in vari modi: dematerializzazione (utilizzare meno energia e meno materiali per ottenere il medesimo prodotto), maggiore equità (ridistribuire i benefici dell’uso di energia e di materiali a favore dei poveri), cambiamenti nel modo di vivere (abbassare la domanda o dirottare i consumi verso beni e servizi meno dannosi per l’ambiente fisico).
3. Sorgenti e serbatoi devono essere salvaguardati e, ove possibile, risanati.
4. I segnali devono essere migliorati e le reazioni accelerate; la società deve guardare più lontano ed agire sulla base di costi e benefici a lungo termine.
5. L’erosione deve essere prevenuta e, dove sia già in atto, occorre rallentarla ed invertirne il corso.
FONTE:
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=6398&sez=Verso%20la%20scienza%20della%20sostenibilit%E0
simonebernabe  martedì, 31 agosto 2010 08:30:16 AM

Domenica di prima mattina, la polizia francese vigila su un gruppo di almeno 60 persone, all’interno di un vigneto geneticamente modificato, le quali stanno distruggendo tutte le piante. In Spagna, il mese scorso, dozzine di persone hanno distrutto due campi OGM. Sulla cuspide millenaria, i contadini indiani hanno bruciato il cotone Bt, durante la loro campagna “Cremiamo la Monsanto”. Nonostante il fenomeno venga ignorato dalle multinazionali e dai corrotti poteri pubblici, la gente comincia ad agire per difendere le proprie risorse alimentari e il pianeta intero.
Il vigneto francese è lo stesso campo attaccato l’anno scorso, quando le piante vennero solamente tagliate; ma, stavolta, i sistemi di sicurezza posti dopo quell’evento, hanno fatto sì che le autorità siano state in grado di intervenire prontamente.
Parlando a nome dei manifestanti, Olivier Florent ha dichiarato a Le Figaro che essi condannano l’utilizzo di fondi pubblici per installare campi OGM di prova, che «noi non vogliamo».
Dopo aver piantato le proprie tende, la sera prima, vicino all’Istituto Nazionale di Ricerche Agronomiche (INRA), presso Colmar, il gruppo ha atteso fino alle 5 del mattino, per entrare nel campo e chiudersi dentro. Hanno sradicato tutte le 70 piante, e poi si sono fatti arrestare.
Questo è il secondo attacco a campi OGM che ottiene diffusione internazionale,quest’anno. A luglio, dozzine di persone hanno distrutto due coltivazioni sperimentali in Spagna. In una dichiarazione stampa anonima, hanno dichiarato che «questo genere di azioni dirette è il modo migliore per rispondere alla politica del “mettere di fronte al fatto compiuto”, con la quale i Governi Autonomi, lo Stato e le multinazionali biotech ci stanno imponendo unilateralmente gli organismi geneticamente modificati».
Negli anni ’90, i contadini indiani bruciavano i campi di cotone Bt, durante la loro campagna “Cremiamo la Monsanto”. La Monsanto non aveva comunicato ai contadini che i semi OGM fossero sperimentali. «Nonostante l’imponente utilizzo di fertilizzanti chimici, tracce dei quali si possono ancora osservare nei campi, le piante Bt sono cresciute in misura non significativa, circa la metà delle dimensioni di quelle tradizionali di cotone, che vengono coltivate nei campi adiacenti».

Dopo il terremoto ad Haiti, di quest’anno, la Monsanto, in collaborazione con l’USAID, ha offerto 475 tonnellate di grano ibrido e semi vegetali “Terminator”. In giugno, 10.000 contadini haitiani hanno manifestato contro i “regali velenosi” che producono semi non utilizzabili oltre la prima stagione di raccolti, e che richiede no la somministrazione di ingenti prodotti chimici. Il leader dei contadini haitiani, Chavannes Jean-Baptiste, ha osservato che il progetto biotech rende i coltivatori succubi delle miltinazionali.
Negli Stati Uniti, gli OGM cominciarono a essere diffusi segretamente a partire dalla metà degli anni ’90, e solo ora la Corte Suprema comincia a riconoscere quale flagello rappresentino. In giugno, ha accettato la parziale deregolamentazione degli OGM alfaalfa, la quale consente di piantare limitatamente le colture OGM, mentre l’USDA sta elaborarono una Dichiarazione di Impatto Ambientale. Le risorse naturali di alfaalfa (o erba medica, NdT), sono minacciate seriamente dalla contaminazione delle varietà OGM. Questa distruggerebbe completamente l’industria della carne biologica e quella lattiero-casearia.
Lo scorso venerdì, una corte ha espresso una posizione molto dura sulla barbabietola da zucchero geneticamente modificata. Il giudice Jeffrey S. White ha revocato l’autorizzazione dell’USDA alla commercializzazione di tale prodotto, consentendone la coltivazione solo per un altro anno.
Questo mese, i coltivatori britannici hanno dichiarato che il latte e la carne proveniente da animali clonati ha segretamente coinvolto l’intera catena alimentare.
L’opposizione pubblica alle colture OGM è aumentata in questi anni, in seguito all’emergere di prove che dimostrano che le colture con DNA modificato :
- Richiedono massicci dosi di prodotti chimici, che distruggono la biodiversità locale e avvelenano le falde acquifere;
- Determinano contaminazioni incrociate tra colture naturali e geneticamente modificate;
- Creano “super-erbacce”;
- Si è dimostrato che causano danni agli organi, sterilità, diabete e obesità nei mammiferi.
Nel frattempo, Obama ha ampliato la sua amministrazione, nominando l’esponente del mondo biotech, Islam Siddiqui, a Negoziatore del Commercio Agricolo. Siddiqui è un ex appartenente alla lobby dei pesticidi chimici, e vicepresidente della CropLife America, una multinazionale biotech e produttrice di pesticidi, che fa pratiche di lobby per indebolire le leggi ambientali.
Gli Stati Uniti stanno facendo forti pressioni affinché il mondo accetti il cibo OGM. Recentemente, la Federazione dei Coltivatori Americani ha chiesto sanzioni severe contro l’Unione Europea, per il suo divieto alle colture transgeniche. Però, mentre i governi e gli accordi commerciali internazionali aggirano la volontà del popolo, alcuni hanno deciso di prendere il loro futuro nelle loro mani. L’aumento delle distruzioni delle colture OGM è un chiaro segnale che la popolazione mondiale rifiuta la contaminazione genetica del cibo e dell’ambiente.
fonte: www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=20656
Traduzione: Manuel Zanarini
simonebernabe  lunedì, 30 agosto 2010 03:25:46 PM
UNA LEZIONE PER IL MONDO
DI F. WILLIAM ENGDAHL
Global Research
Di recente, i potentati non eletti della Commissione Europea, noti per essersi sempre opposti alla diffusione di organismi geneticamente modificati (OGM) nell’agricoltura dell’UE, hanno dimostrato un cambiamento di direzione. Ad approvare l’adozione degli OGM, al fianco del presidente della commissione europea, ci sarà il nuovo Commissario all’Ambiente, il revisore contabile maltese John Dalli. L’ex Commissario all’Ambiente, il greco Staros Dimas, era, invece, un feroce oppositore degli OGM. Anche il governo cinese ha comunicato che potrebbe approvare una varietà di riso OGM. Prima che le cose si evolvano troppo, farebbero bene a osservare più attentamente ciò che succede negli USA, dove le colture geneticamente modificate sono tutt’altro che positive, anzi.
Ciò che viene meticolosamente nascosto da Monsanto e da altre aziende operanti nell’agribusiness, che pubblicizzano colture modificate geneticamente come alternativa a quelle convenzionali, è il fatto che in tutto il mondo, fino ad oggi, le colture OGM sono state utilizzate e brevettate solo per due motivi, il primo dei quali è la tolleranza ai velenosissimi erbicidi chimici al glifosate, che Monsanto e altri costringono gli agricoltori a comprare, come condizione per poter utilizzare i loro semi OGM. La seconda ragione è la resistenza a dei particolari insetti. Contrariamente ai miti promossi dai giganti dell’agribusiness per soddisfare i loro interessi, non esiste un seme OGM in grado di assicurare un raccolto più ricco o che richieda meno erbicidi chimici tossici. Questo semplicemente perché non porterebbe alcun profitto.
Il disastro delle super erbacce
Come ha notato l’illustre biologa e oppositrice agli OGM, la Dott. ssa Mae-Wan Ho, dell’ Institute of Science di Londra, le aziende come Monsanto rendono i semi immuni agli erbicidi, grazie a un gene non sensibile al glifosate, che codifica l’enzima colpito dall’erbicida. L’enzima deriva da un batterio del suolo, l’Agrobacterium tumefaciens. L’immunità agli insetti è dovuta a una o più tossine derivanti dal batterio del suolo BT (Bacillus thuringiensis). Gli Stati Uniti hanno iniziato la coltivazione su larga scala di piante geneticamente modificate, soprattutto soia, grano e cotone, intorno al 1997. Oggi, le colture genericamente modificate occupano tra l’85% e il 91% delle aree coltivate con le tre colture principali degli USA, che sono appunto la soia, il grano e il cotone, per un totale di circa 70 milioni di ettari.
Secondo la Ho, la bomba a orologeria ecologica portata dagli OGM è in procinto di esplodere. Dopo anni di impiego costante di erbicidi al glifosate brevettati, come il famoso Roundup, prodotto da Monsanto, si sono sviluppate nuove ‘super erbacce’ resistenti agli erbicidi; è la risposta della natura ai tentativi dell’uomo di violare le sue leggi. Queste super erbacce hanno bisogno di ancora più erbicidi.
ABC, uno dei maggiori canali televisivi degli USA, recentemente ha realizzato un documentario sulle ‘super erbacce’ nella rubrica “Super weeds that can’t be killed” (“Erbacce che non possono essere uccise”, ndt) [1].
Sono stati intervistati agricoltori e scienziati dell’Arkansas, che hanno parlato di campi invasi da erbacce immuni persino al glifosate. Un agricoltore ha raccontato di aver speso almeno 400.000 euro in soli tre mesi nel tentativo fallito di eliminarle.
Queste erbacce sono così resistenti che nemmeno le mietitrebbie riescono a eliminarle, e se si cerca di estirparle manualmente, gli attrezzi si rompono. Almeno 400.000 ettari di coltivazioni di soia e cotone dell’Arkansas sono stati infestati da questa peste biologica. Informazioni dettagliate sulla situazione in altre zone non sono disponibili, ma si suppone che le cose siano più o meno simili. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, favorevole agli OGM e all’agribusiness, ha mentito sull’effettivo stato delle coltivazioni statunitensi, per nascondere la triste realtà e prevenire l’esplodere di una rivolta contro gli OGM, nel paese che costituisce il principale mercato per questi prodotti.

Una varietà di erbaccia, la Amaranthus palmeri, può crescere fino a raggiungere un’altezza di 2,4 metri, resistendo al caldo opprimente e a lunghe siccità e producendo migliaia di semi con delle radici che rubano i nutrienti alle alter colture. Se lasciata incontrollata, può impossessarsi di un intero terreno in solo un anno. Alcuni agricoltori sono stati costretti ad abbandonare le loro terre. Fino ad oggi, invasioni diAmaranthus palmeri, sono state identificate non solo in Arkansas, ma anche in Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee, Kentucky, Nuovo Messico, Mississippi e, più recentemente, in Alabama e nel Missouri, tutti paesi in cui si fa uso di colture OGM.
Gli scienziati della University of Georgia stimano che due sole piante di Amaranthus palmeri, in 6 metri di filari di cotone, sono in grado di ridurre il raccolto di almeno il 23%. Una sola erbaccia può produrre 450.000 semi [2].
La celata tossicità del Roundup
Il glifosate è il più usato erbicida negli USA e nel mondo. Brevettato e venduto da Monsanto fin dagli anni Settanta con il nome Roundup, è un componente obbligatorio dei semi OGM dell’azienda. Per averne la prova, basta andare in qualsiasi negozio di giardinaggio, richiederlo e leggere attentamente l’etichetta.
Come ho spiegato nel mio libro “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt), le colture OGM e i semi artificiali sono stati create negli anni Settanta, con il generoso supporto finanziario della Fondazione Rockefeller, sostenitrice dell’eugenetica, come le aziende chimiche Monsanto Chemicals, DuPont e Dow Chemicals. Tutte e tre sono state coinvolte nello scandalo dell’altamente tossico Agente Arancio, usato in Vietnam negli anni Settanta come la diossina, la cui pericolosità è stata tenuta nascosta ai dipendenti, ai civili e ai militari.
I semi OGM da loro brevettati erano considerati un metodo intelligente per aumentare le vendite dei loro composti chimici per l’agricoltura, come il Roundup. I coltivatori devono firmare un contratto con Monsanto, in cui accettano di utilizzare solo il pesticida Roundup. Quindi, i coltivatori sono costretti a comprare i semi e il glifosate velenoso dell’azienda.
All’università francese di Caen, un’equipe guidata dal biologo molecolare Gilles-Eric Seralini ha condotto uno studio che ha dimostrato che il Roundup contiene uno specifico ingrediente inerte, il surfactante poliossietilene, che per l’embrione umano, la placenta e le cellule ombelicali è più mortale dello stesso glifosate. Monsanto si rifiuta di fornire i dettagli sui contenuti del Roundup diversi dal glifosate, in quanto ‘protetti da brevetto’ [3].

Lo studio di Seralini ha scoperto che gli ingredienti del Roundup amplificavano i loro effetti tossici sulle cellule umane, anche in dosi minori di quelle utilizzate nelle aziende agricole e nei prati! L’equipe francese ha analizzato il Roundup a diversi gradi di concentrazione, dalle dose solitamente usate in agricoltura o nei campi, a dosi 100.000 volte più diluite rispetto al prodotto che troviamo nei negozi. I ricercatori hanno identificato un pericolo per le cellule in tutti i casi.
In un opuscolo dell’Istituto di Biotecnologia, volto a promuovere le colture OGM negli USA, in quanto “distruttrici delle erbacce”, il glifosate e il Roundup vengono pubblicizzati come “meno nocivi del sale da cucina”. In tredici anni, negli Stati Uniti, si è avuto un aumento nell’utilizzo di pesticidi di 144.000 tonnellate, mentre avrebbe dovuto diminuire, secondo quanto avevano promesso i “quattro cavalieri dell’apocalisse OGM”. Notevole è l’aumento delle malattie causate da queste sostanze.
Nonostante ciò, dopo l’immissione in commercio dei semi OGM di Monsanto negli USA, tra il 1994 e il 2005 si è registrato un aumento superiore al 1500% nell’utilizzo del glifosate. Negli USA circa 45.000 tonnellate di glifosate vengono usate in prati e aziende agricole ogni anno, e negli ultimi 13 anni, è stato impiegato in più di 400.000 ettari di terreno. Intervistato, il manager sviluppo tecnico di Monsanto, Rick Cole, ha detto che i problemi sono gestibili, consigliando agli agricoltori di alternare le colture e di utilizzare i diversi erbicidi prodotti da Monsanto. L’azienda incoraggia a mischiare il glifosate con altri erbicidi, come il 2,4-D, vietato in Svezia, Danimarca e Norvegia, perché collegato al cancro e a altri danni al sistema riproduttivo e neurologico. Il 2,4-D è un componente dell’Agente Arancio, prodotto da Monsanto e usato in Vietnam negli anni Sessanta.
Gli agricoltori statunitensi guardano al biologico
Gli agricoltori degli USA stanno mostrando sempre più interesse nelle colture tradizionali, che non prevedono l’uso di OGM. Secondo una relazione del Dipartimento dell’Agricoltura, le vendite di prodotti alimentari biologici sono passate dai 3,6 miliardi di dollari del 1997 ai 21 miliardi di dollari del 2008 [4]. Il mercato è talmente attivo che le aziende agricole si sono rimboccate le maniche per rispondere alla rapida crescita della domanda, e addirittura spesso si sono verificate delle periodiche mancanze di prodotti biologici.
La nuova coalizione di governo Conservativo-Liberale del Regno Unito ha intenzione di rimuovere il divieto di usare gli OGM nel paese. John Beddington, consigliere scientifico del Governo britannico, in un recente articolo ha detto: “I prossimi dieci anni vedranno lo sviluppo di composti con nuove caratteristiche, come ad esempio la tolleranza alle siccità. Dalla metà del secolo ci saranno possibilità molto più radicali legate alle caratteristiche poligeniche”. Ha poi continuato assicurando: “la clonazione degli animali permetterà l’immunità alle malattie”. Penso che si possa anche evitare di commentare.
Un recente studio dell’Università di Stato dello Iowa e del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, in cui è registrata la produttività delle aziende agricole durante i tre anni di transizione necessari per passare dalla produzione convenzionale a quella organica certificata, ha dimostrato i maggiori vantaggi derivanti dall’agricoltura biologica, rispetto alle colture OGM o a quelle non OGM convenzionali. L’esperimento è durato quattro anni, i primi tre di transizione e il quarto di sola agricoltura biologica, e si è visto che malgrado all’inizio la produttività è crollata, al terzo anno essa si è equiparata a quella delle colture tradizionali, mentre a partire dal quarto anno ha iniziato a crescere, sia per la coltivazione della soia, sia per quella del grano.
Ultimamente è stato pubblicato anche uno studio del’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), risultato di tre anni di deliberazioni di 400 scienziati e rappresentanti di organizzazioni non governative, provenienti da 110 paesi di tutto il mondo. Si è giunti alla conclusione che l’agricoltura bioloica su bassa scala è la soluzione migliore per la lotta alla fame, alle differenze sociali e ai disastri ambientali [5]. Come dice la Dott. ssa Ho, è necessario cambiare il modo di praticare l’agricoltura, prima che la catastrofe si diffonda in Germania, in Europa e nel resto del mondo [6].
Riferimenti:
[1] Super weed can’t be killed, abc news, 6 October 2009. Si veda anche, Jeff Hampton, N.C. farmers battle herbicide-resistant weeds, The Virginian-Pilot, 19 July 2009, http://hamptonroads.com/2009/07/nc-farmers-battle-herbicideresistant-weeds
i[2] Clea Caulcutt, ‘Superweed’ explosion threatens Monsanto heartlands, Clea Caulcutt, 19 April 2009, http://www.france24.com/en/20090418-superweed-explosion-threatens-monsanto-heartlands-genetically-modified-US-crops
[3] N. Benachour and G-E. Seralini, Glyphosate Formulations Induce Apoptosis and Necrosis in Human Umbilical, Embryonic, and Placental Cells, Chem. Res. Toxicol., Article DOI: 10.1021/tx800218n Publication Date (Web): December 23, 2008.
[4] Carolyn Dimitri and Lydia Oberholtzer, Marketing U.S. organic foods: recent trends from farms to consumers, USDA Economic Research Service, September 2009, http://www.ers.usda.gov/Publications/EIB58/
[5] International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development, IAASTD, 2008, http://www.agassessment.org/index.cfm?Page=Press_Materials&ItemID=11
[6] Ho MW.UK Food Standards Agency study proves organic food is better. Science in Society 44, 32-33, 2009.
F. William Engdahl è l’autore di “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione: il programma segreto della manipolazione gentica”, ndt).
Titolo originale: “Genetically Manipulated Crops: The GMO Catastrophe in the USA. A Lesson for the World”
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
18.08.2010
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STEFANIA MICUCCI
stered  mercoledì, 7 luglio 2010 06:28:41 PM
Credo di non essere l’unica nel gas che creda che la s oltre a solidale voglia dire anche sostenibile.
Per questo abbiamo deciso di provare a ridurre la plastica che usiamo in casa.
Un modo è utilizzare i sacchetti da freezer in Mater-Bi. Sono sacchetti difficilmente riciclabili dopo il primo utilizzo e spesso vanno buttati nel secco perché troppo sporchi.
Questi nuovi sacchetti finiranno nell’umido, insieme agli eventuali avanzi del cibo che hanno contenuto.

valentinazuccher  giovedì, 24 giugno 2010 10:20:20 PM
ci troviamo come al solito venerdì 25 giugno per salutarci prima della pausa estiva, per programmare gli ultimi ordini e per ragionare sulla proposta di festa “ecologica” fatta dal Comune di Povegliano. Visto che quest’anno è l’anno internazionale della biodiversità, si potrebbe strutturare su questo importantissimo argomento. Ne discuteremo!
valentinazuccher  giovedì, 10 giugno 2010 04:52:16 PM
l’associazione wwf sudovest veronese invita….
Villafranca di Verona
VENERDI’ 11 GIUGNO 2010 ore 21,00 presso la sala riunioni
BIBLIOTECA COMUNALE (piazza Villafranchetta)
INCONTRO DIBATTITO SUL TEMA:
ONNIVORI O VEGETARIANI?
Analisi in ottica ambientalista dell’alimentazione onnivora e vegetariana , dell’agricoltura e dell’allevamento
Scelte etiche e sostenibili
Relatori: Dott. RICCARDO TRESPIDI, presidente dei medici vegetariani
Dott. FRANCESCO BURLINI, veterinario, agricoltore ed allevatore
Moderatore: Dott. MATTEO MELOTTI, insegnante
valentinazuccher  sabato, 5 giugno 2010 02:44:07 PM
domenica 13 giugno dalle 9.30 alle 12.30 ci sarà in piazza a Povegliano la raccolta di firme per il referendum sull’acqua a cura del gruppo “Insieme per Povegliano”. Venite a firmare!
dai nostri inviati a Terra Futura Carlo e Stefania
valentinazuccher  mercoledì, 19 maggio 2010 07:45:33 PM
Ricordiamo a tutti gli aderenti i prossimi appuntamenti:
venerdì 28 maggio alle ore 20.30 breve aggiornamento sull’attività del GAS e poi….
in collaborazione con il gas Poveglianoatuttogas vi invitiamo a partecipare alla serata informativa (aperta a tutti) sul tema del fotovoltaico
Le serate informative servono per capire innanzitutto cosa significa fotovoltaico, come funzionano gli incentivi statali del conto energia e perchè conviene aderire ad un gruppo d’acquisto solidale, il 3° e ultimo per accedere agli incentivi 2010.
venerdì 28 maggio 21:00
sala civica di Povegliano
sala civica Savoldo via Balladoro n°10 (VR)
 LOCANDINA
sabato 29 maggio ore 13.30 spesa collettiva presso La buona terra (solo per gli aderenti)
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